
Gaslighting: quando capire cos’è reale diventa difficile
- Dott.ssa Paola Bernuzzi

- 9 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Il termine gaslight è stato utilizzato per la prima
volta come titolo di un film del 1944 con Ingrid
Bergman. In quella pellicola un marito
manipolava la moglie fino a portarla a dubitare
della propria sanità mentale. Da allora, il
concetto è entrato nel linguaggio comune e lo si
usa per indicare una forma di violenza
psicologica subdola e persistente, che mira a
distorcere la percezione della realtà di una
persona fino a farle dubitare dei propri pensieri, ricordi ed emozioni.
Arrivare a manipolare in modo così profondo i pensieri di una persona
richiede un processo lento, graduale e meticoloso. Il gaslighting può essere
esercitato in diversi contesti: all’interno di relazioni sentimentali, familiari,
amicali o in ambienti professionali e spesso risulta molto difficile, per chi non
ne è direttamente coinvolto, riconoscere questa forma di manipolazione,
proprio perché la sua attuazione avviene in modo non apparente.
La vittima si ritrova inizialmente a dubitare delle proprie percezioni, dei propri
ricordi sentendo vacillare le proprie certezze. Più la manipolazione prosegue
più la vittima si vergogna e si sente in colpa per non riuscire a ricordare la
verità che le viene suggerita, inizia a sentirsi fragile e insicura, maturando una
dipendenza sempre più profonda dal gaslighter (il manipolatore), sentendo
sempre più difficile allontanarsi da esso.
“Ti sei inventata tutto”, “Hai capito male”, “Sei troppo sensibile.”
A volte la violenza non urla, ma sussurra. Entra in testa piano piano, finché la
vittima inizia a chiedersi se davvero il problema non sia essa stessa. È così
che comincia una delle forme di manipolazione psicologica più sottili e
devastanti, quella che fa dubitare di ciò che si vede, che si sente, che si sa di
essere.
La persona che manipola spesso è gentile, attenta, persino amorevole. Ma
dietro quella calma si nasconde un controllo costante, esercitato con la
logica, con le parole, con il dubbio. Il manipolatore spesso sa parlare bene, è
a suo perfetto agio con le parole, è quasi ammaliante nelle descrizioni e
abbonda con i particolari. Porta la sua vittima a credere di esagerare, di
ricordare male, di non essere in grado di gestire le cose da sola e quindi, pur
di mantenere la relazione o l’armonia, essa inizia a cedere terreno, un passo
alla volta. Piano piano il pensiero del manipolatore si sostituisce a quello
della vittima, che si convince che la verità che le viene proposta sia quella
più rassicurante, anche quando è paurosa, quando limita la libertà.Un elemento centrale di questa dinamica è l’asimmetria di potere. Il
gaslighter sceglie la sua vittima con meticolosa attenzione: conosce le
fragilità dell’altro e le usa per ottenere vantaggi e mantenere il controllo.
Tuttavia, non sempre si tratta di un comportamento pienamente
consapevole. Alcune persone mettono in atto forme di gaslighting senza
rendersene conto, riproducendo modelli relazionali tossici appresi nel
passato.
Ci sono capi che sminuiscono sistematicamente le competenze dei
collaboratori, genitori che annientano i desideri dei figli, amici che girano la
realtà a proprio favore. In ogni caso, la dinamica è la stessa: chi manipola ha
bisogno di mantenere il controllo, e lo fa distorcendo la verità.
Riconoscere di essere vittima di gaslighting è il primo passo per interrompere
la manipolazione.
Non è un percorso immediato: chi ha subito gaslighting tende a cercare
continuamente conferme esterne, come se non si sentisse più autorizzato a
credere a sé stesso.
Segnali tipici sono il sentirsi costantemente in colpa, chiedere scusa anche
senza motivo, dubitare delle proprie percezioni o provare ansia nel
comunicare pensieri e bisogni.
Nel mondo iperconnesso di oggi, il gaslighting si manifesta anche su larga
scala: nei social, nei media, nella politica. Quando la realtà viene manipolata,
negata o riscritta, la conseguenza è la stessa: confusione, perdita di fiducia,
paura di credere ai propri occhi. È un gaslighting collettivo che ci costringe a
fare la cosa più difficile di tutte: fidarci di nuovo della nostra percezione.
Parlare con persone di fiducia o con un professionista può aiutare a
ristabilire il contatto con la realtà.
La cura passa attraverso la ricostruzione dell’autostima e dei confini
personali. Imparare a dire “no”, a fidarsi del proprio sentire. Pretendere
rispetto diventa un atto di autodifesa.

