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La realtà che non vogliamo vedere

  • Immagine del redattore: Dott.ssa Paola Bernuzzi
    Dott.ssa Paola Bernuzzi
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Sulla rivista Mind di Maggio compare un articolo molto interessante, scritto da Laurent Vercueil, che mi ha sollecitato alcune riflessioni, che vorrei condividere con voi.

Ci sono forme di cecità che non dipendono dagli occhi. È la riflessione messa in evidenza dalla storia raccontata nell’articolo sull’uomo che non sapeva di essere cieco: un paziente convinto di vedere normalmente, che descriveva il mondo che gli stava attorno anche se incapace di vederlo davvero. Quell’uomo non mentiva, non stava fingendo, ma il suo cervello, privato delle informazioni derivanti dalla vista, costruiva comunque una realtà credibile. Quello che mi ha colpito non è soltanto l’eccezionalità clinica del caso, ma il fatto che qualcosa di simile, in forme molto meno drammatiche, accade ogni giorno a tutti noi.

L’essere umano non è una macchina fotografica che registra fedelmente il mondo esterno. Vedere non significa ricevere passivamente immagini e informazioni: significa interpretare, selezionare, dare un senso alle informazioni che ci sono arrivate attraverso i sensi. Il cervello costruisce costantemente ipotesi sulla realtà con la quale veniamo in contatto e, nella maggior parte dei casi, questa capacità è un vantaggio. Ci permette di riconoscere un volto in pochi istanti, prevedere cosa accadrà nell’immediato futuro, orientarci in ambienti complessi. Tuttavia lo stesso meccanismo può trasformarsi in una trappola: a volte succede che preferiamo una realtà rassicurante a una realtà vera.

Si tende a pensare che la difficoltà di vedere le cose per ciò che sono nasca da un bisogno di protezione, dí serenità. Un fatto certo è che la mente umana non ama l’incertezza, il dubbio, la difficoltà di prevedere cosa accadrà. Così, quando una verità minaccia il nostro mondo, le nostre relazioni o le nostre convinzioni profonde, può capitare che si attivi una difesa tanto discreta quanto potente. Non sempre avviene in modo consapevole. Più spesso è un processo inconsapevole, difficile da individuare persino da chi lo sta attuando.

Può accadere nelle relazioni sentimentali, di ignorare segnali evidenti di distanza o disinteresse, perché ammetterli significherebbe mettere in discussione un progetto di vita. Accade anche sul lavoro, quando un ambiente tossico, che sta pesando gravemente sulla qualità di vita, viene descritto come “solo un po’ stressante” o “una periodo passeggero”, perché riconoscerlo obbligherebbe a prendere decisioni difficili. Accade persino nella percezione di sé stessi: si preferisce continuare a considerarci persone aperte al cambiamento mentre ripetiamo sempre gli stessi comportamenti, spaventati da cosa potrebbe accadere se cambiassimo le nostre abitudini.

La psicologia studia i meccanismi che generano l’alterazione della percezione della realtà. Uno dei principali è il bias di conferma: la tendenza a vedere solo le informazioni che sostengano ciò che già pensiamo, ignorando quelle che contraddicono le nostre certezze e credenze. Un altro è la dissonanza cognitiva: il disagio che proviamo quando realtà e convinzioni entrano in conflitto: per evitare di affrontare la difficoltà di adattamento ad una nuova realtà, modifichiamo l’interpretazione dei fatti anziché rivedere le nostre idee.

Esiste poi un altro elemento meno evidente: la realtà non è soltanto qualcosa che osserviamo, ma qualcosa dentro cui ci ritroviamo con le nostre emozioni. Convivere con alcune verità ha un prezzo. Ammettere che una relazione è finita, che un progetto non funziona o che un’immagine di sé va ripensata comporta fatica, a volte dolore. Significa lasciare andare una certezza, una speranza o una parte della propria identità. Per questo a volte preferiamo essere ciechi perché vedere obbligherebbe a cambiare. Vedere davvero richiede uno sforzo. La realtà non è difficile solo perché è complessa; è difficile perché può ferire il nostro bisogno di serenità e sicurezza. Guardare in faccia una perdita, un fallimento o un cambiamento significa rinunciare a una realtà che apparentemente garantisce la nostra tranquillità.

La storia dell’uomo che non sapeva di essere cieco ci ricorda allora qualcosa di più universale: non basta avere gli occhi aperti per vedere. Possiamo osservare un mondo intero e, nello stesso tempo, restare prigionieri delle nostre interpretazioni senza vedere realmente.

 
 

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