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Dalla famiglia all’ufficio: come la relazione con i genitori influenza le relazioni sul lavoro

  • Immagine del redattore: Dott.ssa Paola Bernuzzi
    Dott.ssa Paola Bernuzzi
  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min


Quando si parla di relazioni professionali si tende a pensare a competenze, ruoli e obiettivi organizzativi. Eppure anche negli ambienti di lavoro agiscono dinamiche molto più profonde, spesso invisibili. Una parte del modo in cui collaboriamo, gestiamo l’autorità o affrontiamo il conflitto affonda le radici nelle prime relazioni della nostra vita: quelle con i genitori.


La psicologia dello sviluppo ha mostrato come le relazioni familiari costruiscano una sorta di modello interno delle relazioni. Fin dall’infanzia impariamo cosa aspettarci dagli altri, quanto sia sicuro esprimere bisogni, come reagire alle critiche o alle richieste di responsabilità. Queste mappe emotive non restano confinate alla vita privata: accompagnano le persone anche nei contesti professionali.


Il lavoro, infatti, è uno dei luoghi in cui le dinamiche relazionali diventano più intense. Ci sono gerarchie, valutazioni, aspettative e situazioni di cooperazione o competizione. In molti casi, senza accorgercene, interpretiamo queste dinamiche attraverso schemi relazionali costruiti molto in infanzia.


Il rapporto con i genitori influenza, ad esempio, il modo in cui si percepisce l’autorità. Chi è cresciuto con figure genitoriali autorevoli, ma rispettose, tende a vivere la persona che gerarchicamente è superiore come una guida o un riferimento. La presenza di regole non viene percepita come una minaccia, ma come una struttura di riferimento che orienta il lavoro.


Al contrario, se l’esperienza con l’autorità familiare è stata caratterizzata da rigidità, svalutazione o imprevedibilità, la relazione con i superiori può attivare reazioni più difensive. Alcune persone vivono il proprio superiore con eccessiva sottomissione, cercando continuamente approvazione; altre reagiscono con opposizione o diffidenza verso qualsiasi forma di autorità.


Anche il modo di stare nel gruppo può essere influenzato dalle prime esperienze familiari. In famiglie in cui l’espressione emotiva era accolta e il dialogo era possibile, le persone tendono a sviluppare una maggiore capacità di cooperazione e negoziazione. Dove invece il conflitto era evitato o punito, può emergere la difficoltà ad affrontare disaccordi in modo costruttivo.


Le relazioni con i genitori contribuiscono inoltre a formare la percezione del proprio valore. Un bambino che si è sentito riconosciuto nelle proprie capacità tende a sviluppare una fiducia di base che, da adulto, facilita l’iniziativa e l’assunzione di responsabilità. Al contrario, esperienze di costante critica o confronto svalutante possono rendere più sensibili al giudizio e più timorosi di esporsi.


Questo non significa che il contesto familiare determini rigidamente il comportamento professionale. Le persone evolvono, fanno nuove esperienze e costruiscono nel tempo competenze relazionali più mature. Tuttavia gli schemi appresi nelle prime relazioni rappresentano spesso il punto di partenza da cui si parte per interpretare le dinamiche organizzative.


Per questo nelle organizzazioni diventa sempre più rilevante sviluppare consapevolezza psicologica. Comprendere che dietro alcune reazioni come eccessiva competizione, difficoltà nel delegare, bisogno costante di approvazione o resistenza all’autorità,  possono esserci schemi relazionali profondi aiuta a leggere il comportamento delle persone con maggiore complessità.


Il lavoro non è solo uno spazio produttivo. È anche uno dei principali luoghi in cui gli individui sperimentano relazioni, riconoscimento e appartenenza. In un certo senso, ogni organizzazione è un sistema relazionale dove le storie personali incontrano le strutture aziendali.


Riconoscere questa dimensione non significa ridurre ogni aspetto sotto il profilo psicologico, ma significa invece comprendere che le relazioni professionali non iniziano in ufficio: portano con sé tracce di relazioni molto più antiche, che continuano, spesso in modo silenzioso, a influenzare il modo in cui collaboriamo, discutiamo e lavoriamo insieme.


 
 

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