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Un casco protegge la testa. Chi protegge la mente?

  • Immagine del redattore: Dott.ssa Paola Bernuzzi
    Dott.ssa Paola Bernuzzi
  • 13 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

Quando un lavoratore subisce un incidente, l’azienda attiva immediatamente le procedure previste: soccorsi, accertamenti, analisi delle cause, verifiche sulla sicurezza. È ciò che deve fare. Ma c’è una domanda che troppo spesso rimane senza risposta:

Chi si occupa del trauma psicologico?

Le ferite fisiche sono visibili. Quelle psicologiche, invece, possono manifestarsi giorni o settimane dopo e avere conseguenze profonde sulla persona, sul team e sull’intera organizzazione.

Le linee di indirizzo di INAIL e la letteratura internazionale sulla gestione degli eventi critici sottolineano che il benessere psicologico rappresenta una componente essenziale della salute e sicurezza sul lavoro. Non si tratta soltanto di un tema sanitario, ma di un fattore che influenza il recupero, la qualità del rientro e la capacità dell’organizzazione di ritrovare stabilità.

Dopo un incidente, il lavoratore può sperimentare paura, ansia, senso di colpa, rabbia, difficoltà di concentrazione, insonnia e il timore di tornare nel luogo in cui è avvenuto l’evento. Sono reazioni normali a una situazione eccezionale e non devono essere interpretate come segni di fragilità.

Anche i colleghi possono risentirne. Chi ha assistito all’incidente, chi avrebbe dovuto essere presente e non c’era o chi svolge le stesse mansioni può sviluppare un forte disagio. In queste situazioni il clima aziendale cambia rapidamente: aumenta la tensione, diminuisce la fiducia e possono comparire cali di attenzione proprio quando la sicurezza richiederebbe il massimo livello di vigilanza.

Che cosa dovrebbe fare un’organizzazione?

Prima di tutto, esserci.

La presenza dell’azienda non significa cercare nell’immediato spiegazioni o rassicurazioni superficiali. Significa offrire ascolto, riconoscere l’impatto emotivo dell’accaduto e far percepire ai lavoratori che la persona viene prima della prestazione e che per l’azienda le persone sono importanti.

È poi fondamentale comunicare con trasparenza. Il silenzio lascia spazio alle supposizioni, mentre una comunicazione chiara, rispettosa della privacy e coerente con i fatti contribuisce a ridurre l’ansia collettiva e a preservare il rapporto di fiducia tra dipendenti e organizzazione.

Un’altra buona pratica consiste nell’offrire un colloquio con uno psicologo del lavoro o con un professionista esperto nella gestione degli eventi critici. Non perché si presuma l’esistenza di un disturbo, ma perché intervenire precocemente può favorire l’elaborazione dell’esperienza e ridurre il rischio che il disagio si trasformi in una difficoltà persistente.

Particolare attenzione merita il momento del rientro. Tornare sul luogo dell’incidente può riattivare emozioni molto intense. Pianificare il reinserimento insieme al lavoratore, al medico competente e ai responsabili aziendali permette di costruire un percorso graduale, sostenibile e rispettoso dei tempi di recupero.

L’incidente rappresenta inoltre un’importante opportunità di miglioramento. Oltre a chiedersi “perché è successo?”, ogni organizzazione dovrebbe domandarsi anche “come hanno vissuto questo evento le nostre persone?”. Le risposte aiutano a rafforzare non soltanto le procedure di sicurezza, ma anche la cultura organizzativa.

Le aziende che gestiscono con attenzione anche la dimensione psicologica degli eventi critici ottengono risultati che vanno oltre il recupero del singolo lavoratore. Rafforzano la fiducia, consolidano il senso di appartenenza e trasmettono un messaggio molto chiaro: la sicurezza riguarda la persona nella sua interezza.

Perché la vera cultura della prevenzione comincia prendendosi cura delle persone quando l’emergenza è terminata.

 
 

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