La bestia dentro di noi: cosa ci impedisce di diventare violenti? Quanto siamo diversi da una persona capace di commettere violenza?


È una domanda scomoda, ed è forse proprio questa una delle questioni psicologicamente più interessanti sollevate dalla serie Netflix The Beast in Me. Aggie Wiggs, scrittrice devastata dalla morte del figlio, incontra Nile Jarvis, uomo affascinante e inquietante, sospettato di essere coinvolto nella scomparsa della prima moglie. Tra loro nasce una relazione ambigua, costruita anche sul riconoscimento di qualcosa che entrambi conoscono molto bene: rabbia e desiderio di vendetta.
Eppure tra provare rabbia e agire violentemente per sfogare tale rabbia esiste una distanza enorme.
Pensieri aggressivi, fantasie di vendetta e il desiderio che chi ci ha fatto soffrire possa a sua volta soffrire almeno quanto noi, non appartengono necessariamente alla psicopatologia. La nostra mente può accarezzare pensieri violenti soprattutto quando siamo esposti a forte ingiustizia e sofferenza, a dolore per una perdita, a frustrazione per un mancato riconoscimento o ad una grande umiliazione.
Il punto non è soltanto ciò che proviamo. È ciò che accade tra quando percepiamo l’impulso e quando decidiamo come agire l’azione generata da tale impulso.
In quello spazio di tempo interviene un complesso sistema di regolazione costituito da diversi fattori concatenati tra loro: il controllo degli impulsi, la capacità di prevedere le conseguenze delle nostre azioni, la regolazione delle emozioni, le norme morali interiorizzate, l’empatia e la capacità di percepire l’altro come persona. Possiamo chiamarli, in senso ampio, “freni inibitori”, ma è fondamentale non restringere il concetto all’immagine di un unico interruttore capace di distinguere automaticamente un’azione violenta da una non violenta.
La ricerca clinica conferma infatti un quadro molto più complesso. Una recente osservazione, condotta su 171 studi e oltre 250.000 partecipanti, ha rilevato associazioni significative tra regolazione emotiva e aggressività, pur con differenze importanti tra le diverse strategie utilizzate. La difficoltà nel gestire le emozioni sembra essere uno degli elementi del problema ma non la sua unica spiegazione.
Anche sull’empatia occorre superare qualche luogo comune. Potremmo pensare che una persona non faccia del male semplicemente perché “sente il dolore degli altri”. Ma la ricerca condotta da Vachon, Lynam e Johnson pubblicata su Psychological Bulletin ha mostrato che la relazione tra empatia e aggressività negli adulti è sorprendentemente debole. Studi successivi hanno sottolineato l’importanza di distinguere, inoltre, l’empatia affettiva – sentire ciò che prova l’altro – da quella cognitiva, cioè comprenderne prospettiva, intenzioni ed emozioni.
È proprio questa complessità a rendere interessante il confronto tra i due personaggi della serie TV, Aggie e Nile.
Aggie prova odio profondo, viscerale, incontrollabile, per il ragazzo che ubriaco ha causato l’incidente stradale nel quale è deceduto suo figlio e arriva a desiderare che la sua sofferenza, sia profonda e intensa almeno quanto la propria. Nile riconosce e incontra quella parte oscura, tenta di entrare in empatia con Aggie, e di trasformare il rapporto in una complicità basandosi su una falsa credenza: vedi, in fondo siamo simili.
Ma avere pensieri simili non significa essere persone simili.
Aggie conserva la lucida capacità di osservare ciò che sente, di interrogarsi, di entrare in conflitto con il suo sentire e di confrontarsi con le conseguenze possibili di azioni solo immaginate. Nile invece non riesce a mantenere lo spazio tra desiderio e comportamento: quando qualcuno diventa un ostacolo, l’aggressività che prova si trasforma in una possibilità concreta di azione.
È forse questa la provocazione più potente della serie.
La moralità non consiste nell'assenza di una parte oscura nei nostri pensieri, ma nella capacità di riconoscerla e di negarle il controllo del nostro comportamento.
Essere una persona “onesta”, allora, non significa non provare mai odio, invidia, rabbia o desiderio di vendetta. Significa poter pensare: “Sto provando questi sentimenti violenti” senza trasformarli automaticamente in “quindi ho il diritto di agire”.
Tra impulso e azione esiste uno spazio psicologico, un mare enorme fatto di consapevolezza e riflessioni razionali.
Dentro quello spazio abitano autocontrollo, responsabilità, valori, capacità di pensare alle conseguenze e riconoscimento dell’altro.
Forse è proprio lì che si costruisce, ogni giorno, la differenza tra riconoscere la “bestia” che è in noi e permetterle di guidare le nostre azioni.


